lunedì 8 giugno 2009

Certo le circostanze non sono favorevoli e quando mai…

Signori, Signore, si chiude. E’ stata un’esperienza interessante, dal vostro contributo impreziosita. Grazie.

martedì 26 maggio 2009

E’ il mio turno G24 tirare

g24

 

Sono entrata a L’Aquila. Ci tenevo da non dormirci la notte, ci tenevo da non mangiare più, ci tenevo così tanto che i miei amici hanno capito e progettato un’incursione in città. Sono entrata a L’Aquila ed è stato come irrompere in ospedale fuori dall’orario di visita (che in questo caso proprio non esiste) per fare una carezza ad un caro carissimo amico, è stato come percorrere corsie e corsie di letti prima di riconoscerlo e potermi sedere appena un minuto al suo capezzale. I primi segni di devastazione, infatti, emergono dieci chilometri prima e tanto più ci  approssima tanto il terremoto si fa violento e lo sgomento insopportabile… l’Abruzzo non è una regione sconvolta dal segno dell’uomo, ci sono lunghissimi tratti di colline brulle o boscose e fa rabbia capire quanto improbabile fosse che questo male oscuro e sotterraneo riuscisse a frantumare proprio L’Aquila (e dintorni ovviamente). L’impressione prima, come tante volte si è detto, è inesorabilmente quella di un bombardamento: una casa crollata e tre no, le tegole dei tetti arruffate come una chioma al vento, i panni stesi sul balcone e oramai ingrigiti da quaranta e passa giorni di esposizione al sole, all’acqua, ai pollini e agli insetti, le chiese sventrate, gli affreschi denudati e gettati in pasto allo sguardo violento della luce, loro che da sette secoli erano protetti dalle pietre che ora giacciono a terra come una resa incondizionata. Il terremoto fa questo, denuda, il terremoto violenta e umilia. Il terremoto ti punta un dito contro ed è come urlasse con disprezzo: “Guardate, guardate tutti com’era nelle viscere quella casa! Ecco là la vergogna, ecco là le imperfezioni e la goffaggine e la miseria e la volgarità!”.  Quando abbiamo risalito la strada alle spalle di Collemaggio ho sperato di essermi sbagliata, che fossero fasulle le arcinote immagini dell’abside distrutta, vista da sotto Collemaggio sembrava intatta, poi eccolo il tetto o meglio la sua assenza, eccolo là lo squarcio… la mia chiesa, la mia bella, magnifica chiesa… la prima volta che ci ero entrata, così austera ed evocativa, avevo pensato che seduta su quelle panche si potevano scrivere grandi cose… Collemaggio. Siamo ridiscesi fino a Fontana Luminosa, punto di incontro con i VVFF. Qualcuno di noi aveva fatto la fila per tutti, segnato un paio di indirizzi in zone diverse della città e atteso pazientemente che arrivassimo. Non c’era nessuno. Strano, stranissimo. Nessuno che volesse entrare in città per recuperare qualche avere, solo noi. Così ci hanno distribuito i caschetti e siamo partiti. Credo che sia inutile parlare del silenzio, delle strade vuote, certo è più rumorosa casa mia quando sono in vacanza che L’Aquila, ma quel che davvero mi ha impressionata è la totale assenza di regole. A L’Aquila non esistono più sensi unici, divieti, carreggiate, stop, precedenze, zone pedonali, piazze… a L’Aquila non esiste più il codice della strada e non perché la città sia precipitata nell’anarchia, ma perché non c’è più nessuno a cui dare la precedenza, non c’è più nessuno che io possa incrociare se imbocco un controsenso, nessuno che possa staccare una multa, nessuno che quella multa possa pagare e di certo le tante strade chiuse per le macerie che ancora regnano in ogni angolo della città non facilitano i percorsi. Quando siamo scesi alla piazzetta di uno dei due palazzi che volevano mostrarmi ho ricacciato le lacrime in gola. Non ancora, non adesso. Uno dei miei amici ha tentato inutilmente di mettere a misura il mio caschetto “ti va bene così?” e io “si”, “ma no è largo” dice lui “ti va bene così?” dopo averlo stretto e io “si”, ma no, era ancora largo solo che proprio non capivo nulla. Ho varcato la soglia del primo appartamento con la circospezione e l’attenzione che si riserva ad un antro sconosciuto, un sito archeologico appena rinvenuto. Eppure in quella casa avevo bevuto un caffè l’ultima volta che ero stata a L’Aquila. Un caffè e poi via. Eccola là la cucina, gli scomparti aperti, le suppellettili in disordine, i tre quadretti storti. Eccolo il letto, quel letto che avevo già visto in foto ricoperto di calcinacci e pietre, se il mio amico avesse avuto il sonno pesante sarebbe morto il 6 aprile, giorno del suo compleanno. Ho girovagato per le stanze, dovevo capire qualcosa, ma non afferravo cosa, forse il caos, anche il caos va compreso e districato, pareva che qualcuno avesse gettato tutto per aria prima di dileguarsi nella notte. I VVFF ci osservavano perplessi, aspettavano che si dicesse loro cosa prendere, questo piuttosto che quell’altro, ma noi non eravamo lì per prendere, eravamo lì per capire. Mi sono ritrovata nell’ingresso, davanti ad una libreria dove ancora c’era qualche libro, Il Candido di Voltaire mi guardava, non si può abbandonare Il Candido, così l’ho preso, Il Candido ed un piccolo mucchio di volumi e li ho portati fuori, sulla balaustra. L’altro mio amico ha aperto la porta del suo appartamento, stesso palazzo, stesso pianerottolo, la prima casa privata nella quale sono entrata a L’Aquila tre anni fa. E’ strano riconoscere uno spazio senza più sentirlo familiare. E’ come un’amnesia, ti guardi attorno, ti fermi, rifletti, tenti di richiamare alla mente quello che ti sfugge, ma non ci riesci. Nel salotto c’erano ancora i due bonsai, spogli di quasi tutte le foglie, ma vivi. I bonsai…. i bonsai… i bonsai…. eccolo finalmente il salotto com’era, eccolo nella mia mente chiaro e ordinato. Ecco lei che mi spiega come riesce a far fiorire le orchidee tutti gli anni, come si curano le piante grasse, ecco i bonsai com’erano: verdi e rigogliosi. Non saprei spiegare come ma mi sono ritrovata fuori, ancora, accanto al Candido di Voltaire, con questo problema di ricacciare le lacrime indietro e questo mio amico che mi porgeva una bottiglia d’acqua, “Non mi piace vederti senza far niente” mi dice “dai che diamo l’acqua ai bonsai, vieni”. Così lo seguo e verso l’acqua su terra così secca da essere divenuta una zolla idrorepellente, “Non la beve” gli dico, “Non ti preoccupare” fa lui “versala e basta”. Quando siamo usciti dall’appartamento l’altro mio amico sorrideva, aveva recuperato il cuscino, gli occhiali e il cellulare. Improvvisamente s’era fatta luce nella sua testa e ricordato dove si trovavano quella notte. Sembrava che avesse dissepolto in giardino un giocattolo nascosto tanti anni prima. Riempiti tutti i sacchi della spazzatura disponibili ci siamo diretti all’altra casa deviando appena per salutare il Palazzo del Governo. Visita necessaria, visita dovuta per poter chinare il capo come dinanzi ad un lutto e così elaborarlo, finalmente. Il Palazzo del Governo è morto, non c’è rianimazione, non ci sono appelli, il Palazzo del Governo è morto. A terra una campana rotta sottolinea, per qualche caparbio, che il Palazzo del Governo non c’è più. A destinazione, davanti al portone che conoscevo bene, ho cercato le finte finestre affrescate sulla facciata del caseggiato e loro mi hanno salutata in composta teoria come l’ultima volta che c’ero stata, all’appello mancava giusto un tratto di cornicione e qualche croce di Sant’Andrea emergeva tra una persiana e l’altra. Sembrava che tutto fosse quasi a posto, quasi. Se adesso ripenso al fiato sprecato ad incoraggiarli, alle parole spese per tenerli a L’Aquila mentre parlavano di trasferirsi altrove, all’energia buttata in una speranza mal riposta per qualcosa che non conoscevo affatto… io mi sento stupida, superficiale, sciocca. Eccola, ecco quella che doveva diventare la loro casa non appena ristrutturata, ecco a terra l’infilata di pareti affrescate e dalla porta di ingresso, direttamente dalla soglia di casa… eccola là quell’ultima finestra in fondo, che dopo cinque oramai ipotetiche stanze, mi compariva innanzi come una bestemmia e tutto quello che prima esisteva tra l’ingresso e quella finestra di fondo eccolo là, giacere in cumuli sparsi. “L’Aquila è così” mi han detto “quasi tutto il centro storico è così e i giornalisti passano in strada riprendendo edifici che sembrano tutto sommato recuperabili senza sapere quel che nascondono”. L’Aquila non c’è più. L’Aquila non la si può recuperare. L’Aquila sarà altro, forse. E soltanto forse sarà comunque qualcosa. L’Aquila non c’è più. Esattamente come la loro vita di prima. Come tutte le loro abitudini e speranze e illusioni. Adesso c’è altro. Forse e solo forse ancora qualcosa. Prima di tornare alla Fontana Luminosa abbiamo guardato i VVFF proprio negli occhi e domandato loro di poter fare un giro più lungo per uscire dal centro. Il caposquadra ci ha capiti. Siamo usciti costeggiando la Chiesa di Santa Maria a Paganica, sventrata, e decine di palazzi, palazzi, palazzi che i miei aquilani chiamavano per nome, uno ad uno, spiegandocene la proprietà, la destinazione d'uso e i danni riportati. Quando ci siamo ritrovati al punto di partenza loro erano straniti per aver potuto finalmente visitare un pezzo di centro storico, io ero terremotata dentro. Per sempre. Quel che abbiamo fatto non è normale. Dopo quasi due mesi dal sisma a L’Aquila le persone si incontrano e si domandano reciprocamente notizie delle zone circostanti la loro abitazione perché sono le sole che i VVFF ti consentono di vedere. Andata e ritorno diretta senza deviazioni. Sono molto comuni conversazioni del tipo: “Senti ma che notizie ci sono su San Filippo?” “San Filippo pare sia da abbattere:” “Come da abbattere?” “Si, non c'è rimasto nulla.”, ma come diavolo può non rimanere nulla di una chiesa oggi teatro? Io non lo so e nemmeno loro e questa è la croce più grande che debbono portare, il terror panico che qualcuno non meglio identificato decida ed abbia il potere per abbattere San Filippo, giusto per dirne una, senza che gli aquilani possano nemmeno prendere commiato da un bene storico così caro... che notizie ci sono da san filippo… a me sembra surreale, eppure gran parte dei cittadini che non possedevano un’abitazione nel centro storico e quindi un motivo per potervi accedere non hanno ancora potuto prendere atto del suo stato. Ci si sente il parente di un malato in camera di rianimazione che non si può andare a trovare. Qualcuno sta decidendo per loro senza che a loro sia nemmeno concesso di rendersi conto del problema. Dopo aver restituito i caschetti ai VVFF siamo andati a pranzo. Era un caldo furibondo così il furgone, pieno di sacchi dell’immondizia pieni, lo abbiamo lasciato all'ombra di un albero piantumato in uno spartitraffico al centro della carreggiata. Proprio nel mezzo della strada. Io non mangio mai con loro, dal sei aprile quando siamo insieme io non riesco a mangiare. Siamo entrati in questa tavola calda, uno dei pochi posti possibili e ho scrutato il cibo con rassegnazione, “mangia eh, oggi mangia” hanno cominciato a dirmi, “ecco, io, io veramente non avrei fame…” “eh no, no, oggi devi mangiare!” hanno ribadito. Quando una voce familiare mi ha raggiunta alle spalle e chiesto “allora che cosa avete visto?” fu pacifico per tutti che non avrei pranzato: eccole là le mie lacrime, eccole là sgorgare fuori e accalcarsi tutte assieme a quelle parole…   Il furgone lo abbiamo scaricato alla pizzeria da asporto di uno dei ragazzi, chiusa ovviamente dal 6 aprile, ma non gravemente lesionata. Abbiamo accalcato i sacchi tra il bancone del pizzaiolo e i tavolini. Prima di uscire ho strappato dal salva coda: “E’ il mio turno G24 tirare”.

mercoledì 13 maggio 2009

Credevo di esistere e invece sono uno specchio

Mi è capitato sovente di venire omaggiata con frasi del tipo "sembri proprio me da giovane", "ti sei comportata esattamente come avrei fatto io", "quel lato del tuo carattere lo conosco fin troppo bene" o addirittura "sei proprio la persona che avrei voluto essere". Ho sempre considerato apprezzamenti questo tipo di espressioni, se qualcuno mi accosta alla propria età d'oro, la giovinezza, e lo fa con nostalgia, con il rammarico della perdita, evidentemente mi attribuisce un valore importante. Eppure negli anni è sorto in me un dubbio: ma sarà mai possibile che io sia la gioventù di persone così diverse o la loro aspirazione? Sarà mai possibile che si viva tutti la stessa vita? oppure sono io che muto e mi sfaccetto in rapporto a chi mi sta davanti? Ma se così fosse, se io fossi una me stessa sempre diversa a seconda del contesto, come un fluido che si adagia e adatta su qualsiasi forma, se fosse così, dicevo, io esisto? Posseggo un'identità mia? Mio marito, per dirne una, sembra mio fratello, ma molto, molto più di mio fratello che è il mio esatto contrario. Siamo alti uguale, pesiamo uguale, siamo entrambi castani, con lo stesso tono di pelle, mancini, privi della "r", portiamo gli occhiali... Quando ci siamo conosciuti è iniziata una litania che probabilmente non avrà mai fine: "scusate, ma devo proprio dirvelo, voi sembrate fratelli, ma forse ve lo hanno già detto...". Solo tutti. Tutti quanti eh. Tutti tutti tutti. Allora ho capito: io sono uno specchio. Avendo una naturale propensione all'ascolto determinato dalla mia mania di catalogare, raccogliere indizi, tipologie, caratteri e situazioni per il solo piacere di scriverne in seguito, evidentemente rifletto gli altri. Quando mi viene raccontato un aneddoto non mi limito a prenderne atto, ma il desiderio di sviscerarlo mi conduce ad afferrare il primo elemento comune con la mia esperienza e riferirlo, l'interlocutore a questo punto aggiunge un altro tassello o riconsidera il tutto sotto la luce nuova da me fornitagli, ma in realtà stiamo sempre parlando di una cosa sola: la sua vita. Io non sono la gioventù di tutti, ma solo un vago sapore, il riflesso che ho permesso loro di ammirare accendendo luci familiari che spingono le ombre più in là, oltre il loro campo visivo. Ho creduto di essere una persona speciale perché ben voluta ed apprezzata, invece le persone non amano me, ma il loro riflesso. Sono un caleidoscopio al quale basta dare un quarto di giro affinché non sia più quello di prima eppure in potenza sempre lo stesso e anche molto altro, sempre in potenza. Io credo di non esistere.

venerdì 1 maggio 2009

NICOLA SAMORI' - LO SPOPOLATORE

LO SPOPOLATORE

a cura di Giovanna Nicoletti

Il lavoro di Nicola Samorì (Forlì, 1977) si caratterizza per un procedere di stratificazione di strappi, di lacerazioni. L’opera perde ogni indizio narrativo e i soggetti sono invenzioni remote che non rimandano ad altro che a sé stesse. Una svolta è costituita dal dialogo con la scultura che si offre come modello per analizzare il confine fra il vivo e il morto, il mobile e l’inerte.

Riva del Garda, Museo16.05-05.07.09

NICOLA SAMORI' - LO SPOPOLATORE

LO SPOPOLATORE

a cura di Giovanna Nicoletti

Il lavoro di Nicola Samorì (Forlì, 1977) si caratterizza per un procedere di stratificazione di strappi, di lacerazioni. L’opera perde ogni indizio narrativo e i soggetti sono invenzioni remote che non rimandano ad altro che a sé stesse. Una svolta è costituita dal dialogo con la scultura che si offre come modello per analizzare il confine fra il vivo e il morto, il mobile e l’inerte.
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Nago, Forte Alto16.05-28.07.09

martedì 28 aprile 2009

M'illumino d'ombra

Ogni tanto vado in blocco, più o meno come una caldaia. Davanti all'accadimento scatenante non ho nemmeno il tempo di realizzare il fatto in sé che già sono discesa nel buio. Ciò che segue sono ore, giorni interi di stasi e silenzio. A me fanno un baffo le statue di sale, datemi una crisi depressiva e vedrete chi si muove prima: io non ho più bisogno di mangiare, di bere, di accendere la luce quando incombe il buio e il respiro mi diventa così sottile che non lo percepisco più. In sé è una condizione sublime e struggente, quanto di più vicino al dissolvimento si possa immaginare. Ciò che diventa doloroso e insopportabile è l'impossibilità di vivere liberamente il decorso del proprio naufragio fino alla sue estreme conseguenze. Ci sono i pasti da mettere assieme perché se ci si sposa non si è più soli, ci sono le risposte a tutte le domande di legittima apprensione di un marito e se poi debbo lavorare allora si che le risate si fanno grasse e persistenti. Inizia una guerra fatta di lentissimi gesti tra le mie mani che non potrebbero reggere nemmeno l'aria e i faldoni da spostare, i tasti del computer da pigiare, il telefono che squilla da sollevare e poi la mia voce, la mia voce che non trova più la strada verso il mondo. Ogni tentativo di articolare parole diventa faticosissimo oltre che assolutamente inutile ed in genere si risolve in un ridicolo tentativo di risposta a persone che emettono un immancabile "eh?", ripeto, "eh?" ripetono loro, così ripeto... La prima volta che ricordo una situazione del genere avevo sette anni, credo di poter parlare di stato melanconico più che di depressione, mi trovavo in cortile e m'accorsi improvvisamente quanto il sole mi stesse scottando il viso sebbene fosse già calante. Ebbi la netta sensazione che tutto il suo calore lo stesse concentrando su di me per richiamare la mia attenzione e mi volsi a guardarlo. Fu un istante, rimasi folgorata dall'idea della fine di quel giorno come l'esatta prospettiva di tutte le cose, me compresa. Sedetti ai piedi dell'ultimo pino della corte, lì rimasi ad osservare il sole, abbagliata. Quando mia madre mi chiamò a cena ero completamente coperta di formiche .

venerdì 24 aprile 2009

ad uso privato

Ecco c'è una cosa che devo dire ad una persona, ma non credo di potergliela dire a voce e non credo di potergliela inviare via sms, so che prima o poi passerà da queste parti, quindi questa cosa la lascio qui. Il fatto è che ci sono ferite della vita che non rimarginano e quello che possiamo fare è che almeno servano per evitare di infliggere ad altri quel che si è patito per se. A me è capitato di perdere qualcosa di estremamente prezioso, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, ogni istante qualcosa ma mai troppo insieme. Una lunghissima agonia che ha finito per stancare anche chi avrebbe dovuto sostenermi di più e così, marchiate sulla pelle, porto ancora quelle poche parole: "se la tua vita si è fermata, non può fermarsi anche la mia". Questa persona, a cui devo dire questa cosa che non posso riferire a voce o via sms, oggi mi ha cercata preoccupata che fossi in ansia per fatti che lei, questa persona, aveva appena vissuto, ma che io non conoscevo e quindi non potevano allarmarmi (sebbene se li avessi conosciuti mi avrebbero allarmata eccome). A me sono tornate fuori quelle parole, come se la pelle scottasse in quel punto ma stavolta ero io ad averle pronunciate, sebbene involontariamente, sebbene senza averle pensate. Pertanto a questa persona voglio dire che lo so bene che ognuno dovrà fare il proprio percorso e ci saranno giorni ed emozioni fortemente diverse, ma anche che io sono bravissima a camminare di tre quarti, un po' sbilenca con un occhio gettato di lato a sorvegliarla, questa persona e coloro che ne condividono il destino. Giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, fino a quando ci saremo dimenticati quel che è successo. Fino a quando ci saremo dimenticati che c'è qualcosa da dimenticare. E lo avremo dimenticato insieme, così, naturalmente, come un temporale che ad un certo punto passa.

giovedì 23 aprile 2009

"e mo' che cazzo faccio?"

E mo' che si fa? Che si fa quando il terremoto ti strappa tutto, quando gli sciacalli depredano il resto, quando la sicurezza ti impedisce di trascinare fuori dalla polvere quel che della tua vita rimane? Che si fa quando le circostanze non consentono di rimettere insieme i cocci di ? Che si fa quando lo sguardo torna sempre là dove si trova la propria casa? Quando sullo stomaco c'è magari un divano intero, proprio un divano? Che si fa quando quel divano lo sai abbandonato nel silenzio delle rovine, quando lo vedi con esattezza perché ne conosci ogni centimetro quadrato, lo vedi con esattezza perché è stata la prima cosa entrata in quella casa, lo vedi con esattezza perché ricordi con chiarezza quando fu scelto? E mo' che si fa se hanno status di necessità i vestiti e non gli strumenti musicali, non i libri, non i ricordi che non stanno in una borsa a mano? Che si fa quando la vita non può ricominciare senza quella cosa che non sai bene dove si trovi ma ti è necessaria, che andrebbe cercata con cura, per molti minuti, perché le cose preziose meritano tempo e anche qualche rischio, ma tu non hai tempo la possibilità di scegliere di rischiare? Che si fa quando non ci sono più scelte nelle tue mani, quando le tue mani sono vuote? che si fa?

domenica 19 aprile 2009

La carne farsi madre

Ora che la scelta è solo una,
liberare quella mano al sicuro tra le mie,
osservo il passo incerto farsi largo
alzando un canto familiare che l'incedere sospinga.

lunedì 13 aprile 2009

Ecco, questi sono i miei amici.

Ecco, questi sono i miei amici. Strane personcine che ottenuta l'attenzione di tre vigili del fuoco di Como sono riusciti a rientrare in casa per recuperare qualche effetto personale e tutte le opere di Nicola. L'immagine accanto è proprio la camionetta dei vigili con in cima i lavori sopravissuti al terremoto e portati finalmente al sicuro. Prima di tutto voglio ringraziare i tre vigili del fuoco per la disponibilità, comprensione e gentilezza, pare siano stati magnifici ed ai miei aquilani dispiace solo di non aver preso i loro nomi per poterli cercare in seguito. Grazie di cuore. Grazie tante. La seconda cosa importante è che i miei aquilani sono ancora quelli di prima: ieri li ho raggiunti a Silvi per un pranzo pasquale un pò improvvisato e mentre io di tanto in tanto mi lasciavo andare alla commozione, loro si sono fatti un sacco di risate cercando in ogni modo di sdrammatizzare la tragica situazione. La terza cosa è una nota curiosa: nessuno ricorda quel che ha fatto domenica sera prima del terremoto. La quarta cosa, prendendo esempio da loro e tentando di buttarla sul ridere, è questa: un quadro di Nicola su ogni muro dell'Aquila e L'Aquila non sarebbe crollata! Già perchè in quattro case avevamo una dozzina di pezzi e si sono salvati tutti, se anche è rimasta in piedi una sola stanza era proprio quella con le opere suddette, incredibile, ma vero, io vi ho avvisati...